Ci sono degli esordi che ti stupiscono, per più di un motivo: vuoi la validità della proposta, vuoi che era un po’ che non sentivi delle belle opere prime di nuovi artisti, vuoi la genuinità e la freschezza dell’artista stesso… E mi sembra incredibile che in Italia non si dia risalto a questi interessanti artisti, quando magari la next big thing pompata dalle radio e in tv di turno è l’ennesima pacchianata da X Factor.
Teresa Mascianà è un’eccellente songwriter, cantante e musicista che esordisce proprio in questi giorni con Don’t love me. Un esordio col botto, che potrebbe essere benissimo un disco uscito negli States, data la sua essenza rock!
Teresa, prima di arrivare all’esordio discografico, si è fatta le ossa in numerose formazioni come bassista ed è stata una validissima fonica di altrettante formazioni italiche, talvolta pure molto conosciute: e questo sicuramente è servito, data la freschezza delle sue composizioni!
L’inizio del disco è scoppiettante con la solare People: un brano brioso, dall’attitudine indie, irresistibile, che ti rimane in testa subito dopo il primo ascolto!
Ancora un pezzo allegro con la title-track del disco, spensierata e con un’organo sixties che fa capolino qua e là in mezzo alle chitarre: un esempio di pop rock d’autore, che brilla di luce propria. Anche qui c’è un ritornello irresistibile, oltre ad un “ponte” insolito e arioso.
La propensione per brani killer di presa immediata, ma mai scontati, la si trova anche su My world, dall’andatura leggermente più aggressiva, mai sopra le righe: il brano è davvero molto originale e scintillante, con i suoi cambi di dinamica all’interno dello stesso: pura carica rock e una voce davvero interessante, personale.
I think is better è uno dei brani più riusciti del disco, in bilico tra ombrosità appena celate e solarità, tutto basato sulle chitarre e l’organo di sapore vintage: un brano mai fine a sé stesso, tra spontaneità e soluzioni più ricercate. Ovviamente, come nel resto del disco, la voce di Teresa dà particolarità al brano essendo molto personale, piacevole e originale; non assomiglia a nessun’altra cantante sentita prima e questo è un grande vantaggio.
This song is for you è più riflessiva, una ballad in un certo senso struggente e vagamente romantica, in cui la voce riverberata (stile Instant Karma, per intenderci) conferisce un aspetto vagamente vintage al brano (come le chitarre, anch’esse molto sixties), anche se le note xilofonate danno un tocco in più al pezzo, sbarazzino nel senso buono del termine. Una delle mie preferite del disco.
Tra improvvisi suoni reverse in sottofondo, chitarre ariose e una voce leggermente filtrata e “doppiata” si muove l’introduzione di Forever, una perfetta colonna sonora per una bellissima giornata di sole da passare senza pensieri. Potrebbe essere un’ottima hit single, ma del resto tutti i brani sono potenziali hit. L’assolo di chitarra cita con disinvoltura My sweet lord di Harrisoniana memoria, e non è un caso che i Beatles facciano capolino qua e là tra le influenze; ma il brano vive di luce propria ed ha un ritornello come sempre irresistibile che ti si conficca nel cervello e non ne esce più, nemmeno a volerlo!
Out of there è ammaliante nella sua andatura volutamente sorniona; tornano i suoni insoliti (uno xylofono che fa capolino qua e là, chitarre in reverse, maracas e tamburelli come percussioni aggiunte). Perfetto per una siesta primaverile ed estiva, un altro brano riuscito, forse il più strutturalmente complesso del disco, ma non è un demerito: è posizionato in un punto strategico del disco, davvero riuscito.
Un insolito accento country appare improvvisamente su Too late, mentre il ritornello è a metà tra Liverpool e la California. Bellissimi e delicati gli arpeggi (e gli intrecci) chitarristici e anche la slide guitar che si sente in sottofondo. Un altro bellissimo brano, eseguito e cantato con maestria. La voce è uno strumento aggiunto, in un certo senso, e a questo punto ormai immediatamente riconoscibile; una track a metà tra sbarazzina malinconia e brio, che si fa ascoltare e riascoltare, e tutte le volte dentro ci si trova qualcosa di differente o in più, che non avevamo notato prima. Molte sfumature, dicevamo, e una voce fantasticamente in forma: questa è la mia preferita in assoluto del full-length.
Good fortune è una cover di PJ Harvey che chiude il disco, giocando sempre sui contrasti delle dinamiche e una voce più umbratile e meno sbarazzina che nel resto del disco, ma come sempre con una performance da urlo, riuscitissima e ottima da tutti i punti di vista.
Un ottimo disco, e un’ottima interprete/cantautrice (e dei validi comprimari come musicisti che vale la pena citare: oltre alla stessa Teresa, alla voce, ci sono Giovanni Brancati alla chitarra e al basso, Daniele Grasso alla chitarra e Sergio de Luca alla batteria).
L’immagine che ho avuto impressa per tutto l’ascolto del disco è il sole. Non c’è una canzone che non mi faccia pensare ad un senso di piacevolezza, di benessere, di serenità: e non è cosa da poco. Quando il disco è finito, si ha voglia di rimetterlo in loop per tutta la notte… E l’ho fatto!
Sono sicuro che le carte in regola per arrivare ad un sicuro successo per Teresa ci siano tutte: attendo con impazienza i suoi concerti live. E voi non fatevi sfuggire un simile talento, sarebbe un delitto! Anche perché di compositrici così, dall’originalità e personalità marcata, non è che sia piena la musica, quindi quando se ne scova una, ben venga e non va sprecata la chance di poterla ascoltare e seguire!
Un ringraziamento va a Giuseppe S.Celano che mi ha fatto conoscere questa incredibile cantautrice.




