Mi capita sempre più spesso di affrontare discussioni (online e offline) in merito al cambiamento epocale che i social networks stanno apportando al nostro vivere quotidiano, non solo per la velocità alla quale le notizie viaggiano ma soprattutto per la qualità e le fonti dalle quali queste notizie arrivano. Si, è vero, le twitstar più seguite sono tutte persone che provengono dal mondo patinato dello showbiz, ciò nonostante esiste un’enorme rete di canali sociali che acquistano un’incredibile notorietà spesso grazie ad iniziative che forse non avrebbero mai attirato la nostra attenzione. Alcune di queste iniziative poi riescono a mobilitare centinaia di migliaia di persone, senza tener conto di età, religione o confini politici. Una di queste è #KONY2012.
Nelle ultime settimane il video che illustra la campagna di Invisible Children a favore della cattura di Joseph Kony in Uganda ha fatto il giro del mondo e ha trovato l’approvazione, il sostegno (e lo sharing) di una consistente fetta della popolazione mondiale.
Che cos’è #KONY2012? In breve: Joseph Kony è il capo della LRA, Lord’s Resistant Armi (alla lettera, Esercito di Resistenza del Signore) che dal 1987 sta terrorizzando i territori dell’Uganda del Nord, sconfinando anche nella Repubblica Democratica del Congo e Sudan (oggi South Sudan). Secondo quanto riportato dalle organizzazioni umanitarie e dalla International Criminal Court, l’unico scopo di Joseph Kony è quello di acquisire e accentrare potere su sé stesso ovvero, in pratica, Joseph Kony è un despota che con l’uso della più efferata violenza ha preso il controllo di un’area dell’Africa che gestisce come suo personale territorio di caccia. Per raggiungere i suoi fini applica una strategia già utilizzata in passato da altri pazzi sanguinari: attacca i villaggi nel Nord dell’Uganda, rapisce i bambini ma, prima di portarli con sé li costringe a uccidere i propri genitori. I maschi diventano soldati del suo esercito, le femmine schiave sessuali per i soldati. Si calcola che questo trattamento sia stato riservato a più di 30.000 bambini e ciò ha fatto di Kony il numero uno nella lista dei peggiori criminali di guerra dell’International Criminal Court.
Come mai nessuno governo del mondo aveva mai parlato a voce alta di Joseph Kony e di questa inverosimile situazione che sta vivendo l’Uganda? Ovvio, nessuna potente organizzazione aveva interessi economici o problemi di sicurezza interna che in qualche modo la legassero ai territori occupati dall’LRA, e benché Joseph Kony stia portando avanti una carneficina degna dei peggiori criminali che abbiano mai abitato la superficie terrestre, non è mai stato considerato un criminale al pari di altri coloriti personaggi che governano zone ricche di giacimenti petroliferi. Come ha ricordato Noam Chomsky in un articolo apparso qualche settimana fa, il termine terrorista è un termine molto equivoco: il governo statunitense ha cancellato Nelson Mandela dalla lista dei terroristi nel 2008 (L’African National Congress di Mandela era considerato dal governo Reagan una “delle più note organizzazioni terroristiche”); della stessa lista non faceva parte Saddam Hussein (si, proprio lui, il dittatore che costruiva le armi di distruzione di massa invisibili) cancellato dalla lista dei terroristi nel 1982 e sostenuto finanziariamente e ideologicamente dal governo Reagan dopo l’invasione dell’Iran. Di tale lista fa parte invece Omar Khar, un quindicenne detenuto a Guantanamo e accusato dell’orribile crimine di aver difeso il suo villaggio durante un attacco delle forze statunitensi in Afghanistan.
La “fortuna” di Joseph Kony è stata quella di non avere interessi in comune con le grandi organizzazioni (corportations, governi, etc) e di aver agito quasi indisturbato per anni finché un gruppo ragazzi americani non ha deciso di combattere il suo potere. Come? Portando alla luce le storie di chi ha vissuto la violenza di Kony, attraverso una campagna ben strutturata che ha portato davanti agli occhi di molte persone le atrocità di Joseph Kony. Invisible Children ha iniziato una massiccia campagna che ha coinvolto la rete e soprattutto i social network: Facebook, Twitter e YouTube in quest ultimi tempi sono stati riempiti di appelli a far conoscere e sostenere il progetto #KONY2012: più la gente veniva informata e più condivideva, più condivideva e più altre persone venivano a conoscenza di quanto stava accadendo e condividevano a loro volta. L’enorme mobilitazione ha dato non solo visibilità ma anche valore all’azione: migliaia e migliaia di persone sul web hanno iniziato a chiedere “Stop Kony!”. A questo punto sono entrate in ballo anche personalità dello spettacolo e politici che (mossi a compassione per la causa o semplicemente perché nell’aderire a una così grande mobilitazione hanno visto un importante ritorno d’immagine – questo non lo sapremo mai) hanno iniziato a loro modo a diffondere l’hashtag #KONY2012 attraverso i canali istituzionali (tv e stampa).
Quando l’amministrazione Obama ha capito che non poteva rimanere indifferente (anche solo per motivi di etichetta) a una così grande mobilitazione sociale, ha deciso di inviare 100 militari in Uganda che stanno agendo come advisors nell’addestramento delle forze ugandesi per la cattura di Joseph Kony.
L’interesse dei governi stranieri nella cattura di Kony sarà dunque portato avanti solo se tante (tantissime) persone dimostreranno che hanno a cuore questa causa. Per fare questo c’è bisogno di comunicazione online (social network) e offline (stampa, tv e manifestazioni). Per questo il 20 Aprile Invisible Children chiama in azione tutti i sostenitori del mondo di #KONY2012 per rendere Joseph Kony un uomo “famoso”: durante la notte tra il 20 e il 21 Aprile tutte le città del mondo dovranno essere tappezzate di manifesti e adesivi con il volto di Joseph Kony in modo che il maggior numero di umani possibile venga a conoscenza del progetto e si indigni di fronte alle efferatezze dell’LRA; di conseguenza anche i governi del mondo saranno costretti ad affrontare la questione cara al proprio elettorato.
Ecco come tutta questa storia ci insegna due cose: la prima è che le persone di tutto il mondo stanno perdendo il concetto di “confine” modificando di conseguenza quello che è lo status quo di una società (in alcuni posti più velocemente in altri più lentamente, ma succede). La seconda è che se una massa di persone chiede a gran voce una cosa che non è negli interesse economici o politici di un establishment, questo è comunque costretto ad ascoltarli e, in qualche modo, ad agire per non perdere il sostegno dell’elettorato e quindi la sua posizione di predominanza. È uno dei pochi casi nella storia in cui non è il denaro a dettare la regola, sono invece tante persone che chiedono a gran voce al stessa semplice cosa (“Stop Kony”) e costringono l’establishment a investire denaro per paura di perdere credibilità di fronte alla massa.
C’è chi sostiene che tutta questa operazione sia una montatura, un complotto per (1) far guadagnare un sacco di soldi ai fondatori di Invisible Children, (2) distogliere l’attenzione dei giovani internauti da un possibile attacco degli USA e di Israele all’Iran, (3) distogliere l’attenzione dalla Primavera Araba, dai suoi possibili sviluppi e dalla sua diffusione, (4) è un’azione studiata dall’amministrazione Obama per risollevare l’immagine degli Stati Uniti minata da due guerre difficili e dalla costante perdita di notorietà in casa e nel mondo arabo.
Ai posteri l’ardua sentenza.





Francesco Dendi
March 13, 2012
Gli autori del documentario contro Joseph Kony rispondono alle critiche.
Invisible Children replica in un video a chi li accusa di scarsa trasparenza finanziaria e manicheismo.
http://www.ilpost.it/2012/03/13/invisible-children-risponde-alle-critiche/