Circus Joy: velluto sonico e seta tra le catene

Ci sono delle formazioni che, pur agendo nell’underground e lontane dai canali (cosiddetti) commerciali, riescono ad avere un piccolo seguito di culto, anche perché la loro proposta, pur essendo non facile e non adatta a tutti, è ricca di spunti degni d’interesse e di grande fascino.

Una di queste formazioni è senz’altro quella dei Circus Joy, una band romana che si è formata intorno al 1985.

Parlerò qui del loro cd di recente pubblicazione Laetitia, ma prima è necessario fare un piccolo, ma doveroso passo indietro per capire il background e le origini della band.

Innanzitutto il nome: deriva da due gruppi che in qualche modo hanno segnato le influenze della band:  Joy Division e Circus Mort (una cult band dalle cui ceneri nasceranno i mitici Swans),  infatti le coordinate della band si muovono in un melting pot che incorpora influenze dark, punk (e postpunk), noise, psichedelia(estrema) e beat generation,ricombinate però in maniera del tutto personale e originale.

circus Joy Laetizia Il gruppo si formò, dicevamo, a metà anni ’80 intorno alla figura del poeta underground Corrado Mancini, da sempre voce della band. La line-up nel corso degli anni è mutata più volte, anche se quella del cd è una delle “incarnazioni” più conosciute della band. Infatti,troviamo insieme al già citato Corrado, Claudedi al basso, Steve Stroll alla batteria, già presenti nella prima line-up della band (anche se Claudedi suonava la chitarra inizialmente), Spectre (Marcello Fraioli, altro componente storico della band) e Mario F.O.B. all’altra chitarra.  Tra gli altri componenti che si sono avvicendati negli anni nel gruppo,citiamo Klarita Pandolfi e Rebecca. Caratteristica della band è il legame tra i Circus Joy e un’altra band di culto, gli Ain Soph, con cui i nostri hanno avuto ben 3 membri in comune: Claudedi, Spectre e Steve. Inoltre è la label Misty Circles, fondata da alcuni di loro, ad aver pubblicato quest’ultimo cd.

Ho conosciuto personalmente Corrado il quale mi ha raccontato di come molti dei brani dei CJ nascano da improvvisazioni ed addirittura alla prima take: agli inizi la band seguiva una impronta in linea con la filosofia punk (non importava fare sterili esercizi di tecnica, l’importante era esprimersi con i propri mezzi, bastava avere delle idee) e variava line-up volutamente nel corso del tempo (e questi aneddoti preziosi sulle continue variazioni le ho ricevute dall’ex bassista Claudedi, con cui sono in contatto in rete, che mi ha anche raccontato dell’esordio nel mitico Piper Club di Roma).

Ma veniamo all’analisi del cd adesso! Come avrete capito si tratta di una proposta musicale molto particolare ed originale e cercherò di parlarne attraverso le sensazioni ed emozioni che mi ha suscitato questo lavoro (dedicata ad un’amica del gruppo purtroppo scomparsa, Letizia, appunto) che ho trovato davvero entusiasmante.

Il cd si apre con Seta su seta, una sorta di venus in furs degli anni 2000: su un wall of sound di chitarre distorte e una sezione ritmica precisa, la voce di Corrado Mancini descrive una dark lady: “Lucida i tuoi stivali/Spalma miele sui seni [...]“. Il mix tra musica e testo è praticamente perfetto; poco dopo è la volta di Signora Europa, in cui tutti gli strumenti (e la voce) si fanno più darkeggianti e tessono delle trame vagamente acide, in una descrizione del decadimento della moderna Europa che non fa nessuno sconto alla stessa (“Vedo la tua fine miserabile”) e al tempo stesso ne racconta pregi e difetti (“culla di cultura, storia ed orrori”). Un ottimo inizio davvero, ma non finisce qui. Infatti, per terza traccia abbiamo uno dei pezzi più sperimentali (e riusciti) del disco, chiamato L’alcova: qui su un sottofondo psych-noise, i nostri sperimentano un brano originalissimo, in cui la voce di Corrado si fa improvvisamente serafica e provocatoria per un brano quasi”rituale”e misterioso; Spectre e FOB si fanno ancora più cupi e acidi chitarristicamente, ma mai banali, sopra un drumming volutamente ossessivo e vagamente tribale. Uno dei brani più insoliti del disco, ma che sposta lo stesso su dei livelli di tensione più alta.

Nudo e crudo, dall’incedere quasi marziale, vede una parte vocale più aggressiva, che verrà in seguito “estremizzata” nel corso del cd, come vedremo. Notevole la ripresa delle 2 chitarre sul finale,che sono sempre protagoniste del brano (una su un arpeggio malato, un’altra che si affida alla solista). Il tuo frutto è un altro brano insolito, in cui appare un originale  dialogo uomo/donna tra Corrado e Klarita Pandolfi, su un sottofondo noise, tra improvvise impennate di distorsioni (basso e chitarra) e arpeggi, che inizia quasi come una ballata folk ma finisce dalle parti della sperimentazione. Si ritorna in un’atmosfera più Rock&Roll (visto in un’ottica vagamente Stogeesiana-Velvettiana come indole, ma sempre inconfondibilmente CJ), con Letizia, dedicata come dicevamo inizialmente, all’amica della band  prematuramente scomparsa. “Quale angelo potrà proteggerti? [...]Cosa rimane di tutto questo?” si chiede il testo, “Ti porteremo sempre con noi nel nostro circo gioioso”: una dedica sincera e sentita, col cuore e con gli attributi, in cui la malinconia (ed il rimpianto) del testo (“Cosa rimane se non la nostra colpa”) si sposa magnificamente con il contrasto volutamente R&R aspro-ma-solare della musica; un omaggio davvero riuscito, mai banale, fedele all’attitudine della band.

Come un Angelo ha un’introduzione che mi riporta vagamente alla memoria l’incipit di Back Door Man dei Doors: è una sorta di rock-blues destrutturato e dominato dalle distorsioni basso/chitarra. Ritorna il gioco dei contrasti “velluto e seta/Dolcezza-frusta-miele [...] lei è miele-veleno”. Man mano che il pezzo scorre, la voce si fa più aggressiva, urlando in un crescendo di emozioni, e ritorna un tema-chiave: “Ti cattura con lo sguardo/trascinandoti in un’alcova”. Il finale si spegne improvviso tra lievi feedback sospesi nell’aria.

circus joyMeno di strano ci riporta in un’atmosfera musicalmente più distesa, in cui gli echi introduttivi di una lontana orchestra(?), si stemperano quasi subito in una ballad musicalmente più solare, dall’atmosfera vagamente sixties almeno nell’incedere dylaniano. In realtà il brano è una semi-cover: è la traduzione in italiano di Less than Queer di David E.Williams, ma la musica è completamente rinnovata e cambiata (io per esempio la preferisco pure alla versione originale di Williams, ma è un parere personale!): un altro brano geniale, che stempera un po’ le atmosfere oscure del brano precedente.

Ma il finale è un’altra sorpresa: Il brano An eccentric garden, dall’incedere elettronico (e vagamente industrial), è stato suonato a “impatto zero”, come i Circus Joy stessi descrivono nella copertina: infatti è l’unico  brano che è stato”assemblato” attraverso il pc e la rete, senza che i componenti della band si incontrassero. L’atmosfera è genuinamente sperimentale in cui improvvisi glissando ed un basso a metà tra il blues e le cadenze dei gruppi industrial, lasciano spazio anche alla voce di Angi Lepore (curiosità: è la moglie di Corrado!) che dà un tocco femminile al brano, interamente recitato su questo insolito tappeto noisy. Insieme all’Alcova è il brano più sperimentale del disco, e lo chiude in maniera misteriosamente evocativa e vagamente psichedelica (anzi ,diciamo, in una versione “moderna” della psichedelia).

Quindi, un disco davvero originale ed interessante, che si eleva al di sopra di tante banalità indie che ci vengono proposte. Io vi consiglio di procurarvi quest’insolita meraviglia e di seguire i Circus Joy (notizia di questi giorni è un rinnovamento della line-up, in cui rimangono di questa formazione Corrado e Spectre).

Un ringraziamento a Corrado, a Kla auf (o Claudedi) che mi hanno fornito molte informazioni sulla band; ad Angi,che è riuscita a farmi avere il disco ed è proprio grazie a lei che mi sono interessato a questa curiosa band e a Marcello “Spectre” semplicemente per avermi incoraggiato per l’articolo (insieme agli altri della band citati sopra).
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Francesco Lenzi è un chitarrista. Oltre ad essere un musicista, è un avido collezionista di vinili d'epoca e quindi anche un conoscitore delle stagioni d'oro del rock. Ama il cinema retrò e le buone letture. Su 24 Meridiani cura una rubrica sui vinili e sui dischi storici del rock.
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