Il Bahrein gronda sangue, l’Occidente sta a guardare

Libia, Siria, Egitto, Algeria, Tunisia… La Primavera Araba ha scosso le basi del potere in tutta la sponda sud del Mediterraneo e sta cambiando il profilo politico di tante nazioni, ma non di tutte. Il Bahrein, pur essendo stato uno dei primi paesi arabi in cui è scoppiata la rivolta, vive oggi sotto la legge marziale mentre sia il Medio Oriente che la NATO fanno finta di non sentire le richieste di aiuto della popolazione civile.

Bahrein Protesta“Dovunque ci siamo persone che combattono per la libertà, queste troveranno un amico negli Stati Uniti d’America”, sono le parole con le quali Barack Obama ha concluso il suo discorso in favore dell’intervento militare in Libia. L’Occidente è stato unanime nel condannare le violenze del dittatore libico; persino l’Italia, nonostante i suoi rapporti d’amicizia di lunghissima data con Gheddafi e con tutti i governi del mondo arabo, è scesa in campo contro l’oppressore del Maghreb senza battere ciglio. Giusto? Sbagliato? Non lo sapremo mai. Se c’è qualcosa di certo è che neanche il giudizio della Storia è veritiero, dopotutto coloro che hanno ragione sono sempre i vincenti.

Mentre la dittatura libica era considerata un nemico dell’Occidente, il regime vigente del Bahrein (di fatto una dittatura) non viene nemmeno preso in considerazione dai mezzi d’informazione. Sono convinto che in pochi si ricordano che il Bahrein è stato uno dei primi stati in cui il vento della Primavera Araba ha fatto uscire di casa le persone che andavano a radunarsi al Pearl Roundabout a Manama per protestare contro il re Hamad bin Isa Al Khalifa e contro il primo ministro, nonché zio del re, il principe Khalifa bin Salman Al Khalifa, che detiene questa carica dal lontano 1971. La protesta dei cittadini è iniziata il 14 febbraio 2011 e si è protratta per alcuni giorni in maniera pacifica; la democrazia sembrava quasi cosa fatta. Questo almeno finché i capi di stato di Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Oman, Emirati Arabi e Kuwait non si sono riuniti per discutere sulle modalità con le quali affrontare la protesta, alla luce di quanto era appena successo in Egitto.

La polizia spara sulla folla a ManamaIl severo governo Saudita, abituato a considerare il Bahrein come il proprio cortile di casa, non poteva tollerare un situazione simile a quella egiziana pertanto la risposta non si è fatta attendere: le forze armate del Bahrein aiutate da quelle dell’Arabia Saudita hanno represso la rivolta nel modo più sanguinoso possibile. Polizia ed esercito hanno attaccato i civili massacrandoli senza pietà. I pochi video che sono riusciti a filtrare mostrano immagini di poliziotti che sparano ad altezza d’uomo lasciando in terra i corpi delle persone colpite. Molti vengono picchiati in strada da gruppi di militari, altri vengono stuprati in pubblico. I medici che curano i feriti sono arrestati e torturati. Proprio i medici sono stati uno dei principali target della controrivolta: se si uccidono i medici, si alimenta nella popolazione la paura di morire per le ferite.

Quello che non saprei definire altrimenti se non come “macello della popolazione”, è andato avanti per giorni. Quando non si è trovato più nessuno in giro per le strade, la polizia ha iniziato a sfondare le porte delle case e a rapire (questo è il termine esatto, inutile utilizzare eufemismi) le persone strappandole dalle braccia delle proprie famiglie per portale in carcere e torturarle.

Le foto delle persone che sono sfuggite al regime, sono finite su una pagina Facebook in modo da poter essere rintracciate tramite le segnalazioni dei cittadini. Molte di loro sono ora in carcere.

BahreinLa legge marziale vige tutt’oggi in Bahrain. La gran parte della popolazione vuole la famiglia Al Khalifa fuori dal governo del Bahrein ma tutti gli oppositori, gli intellettuali, gli avvocati, i giornalisti, i calciatori e i personaggi pubblici che hanno appoggiato la rivolta e persino i medici che hanno curato i feriti, sono stati arrestati, torturati e giudicati colpevoli da un tribunale fantoccio che ha sentenziato, per molti di loro, il carcere a vita.

In tutto questo l’Europa, la NATO ma soprattutto gli Stati Uniti, sono stati a guardare e a godersi lo spettacolo del ritorno alla calma nel Golfo Persico. La spiegazione è talmente ovvia che anche scriverne è quasi inutile: la terribile dittatura islamica Saudita è uno dei più cari amici dei paladini della democrazia, gli Stati Uniti. Giusto per rinfrescarci la memoria (che diventa sempre più storicamente corta) gli attentatori che dirottarono i voli dell’11 Settembre 2001 sul World Trade Center e sul Pentagono erano per la maggior parte di origine Saudita ma nessuno in America si sognò (neanche 10 anni fa e neanche di fronte a un così terribile avvenimento) di chiedere spiegazioni in merito direttamente all’Arabia Saudita né tanto meno di dichiararle guerra.

Pearl Roundabout ManamaStoria a parte, l’Arabia Saudita ha da sempre considerato  problemi del Bahrein come problemi di casa e ha da sempre appoggiato la famiglia Al Khalifa. La popolazione di Manama non si è dunque stupita quando si è vista arrivare in città una lunga fila di camionette dell’esercito Saudita e si è presa le botte che si aspettava dal vicino arabo: uomini, donne, vecchi e bambini. Nessuno è stato risparmiato.

Lo stupore a Manama è arrivato quando la notizia che gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti ha iniziato a serpeggiare tra la gente. Gli Stati Uniti si sono più volte espressamente dichiarati in passato come un amico del Bharein anzi, come un protettore del Bahrein e della sua popolazione. Probabilmente avevano confuso la parola “popolazione” con “petrolio”, errare è umano. Resta il fatto che, pur dopo essersi dichiarati più volte disposti a aiutare chiunque lottasse per la democrazia, gli Stati Uniti hanno girato le spalle a un suo protettorato che gridava democrazia a gran voce.

La protesta affogata nel sangue in BahreinAlla tragedia del sangue si unisce quella dello sconforto, della coscienza di essere senza via di fuga, senza nemmeno una possibilità di aiuto. Dopo le torture in strada, le uccisioni sommarie, le incarcerazioni, il Bahrein ha dovuto soffrire anche della perdita della speranza. Nonostante il terrore istigato dagli arabi del Golfo con il benestare del resto del mondo, alcuni blogger stanno cercando di far trapelare notizie e immagini ma ogni giorno corrono il rischio di essere arrestati e torturati. A volte, la notte, le persone salgono sui tetti, escono sui balconi o si affacciano alla finestra e iniziano a urlare parole di rivolta. Bloccare il processo democratizzante nel mondo arabo sarà difficile. Quando le masse diventano coscienti di cosa sia libertà, salgono un gradino dal quale possono anche scendere, ma con tempi molto lunghi. Se la NATO non interverrà rapidamente, il bagno di sangue in Bahrein peggiorerà ancora e c’è il rischio che si propaghi anche nei paesi limitrofi.

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Geek, scrittore e divoratore di internet. Fondatore di 24 Meridiani, pubblica su NuoveCulture.it, si occupa di fundraising e comunicazione per l'organizzazione ugandese CED Centre e collabora come traduttore con Oxfam Italia. Nel tempo libero è un blogger, un viaggiatore e si interessa avidamente di geopolitica e web culture.
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