Gli anni passati da soli non saranno mai restituiti (L.C.B. – Scorze 018)

scorze recordsNell’ambiente musicale italiano capita a volte di imbattersi in artisti che stupiscono per la loro originalità e per la loro voglia di osare nella sperimentazione. Difficilmente questi musicisti stanno sotto la luce dei riflettori, a volte per scelta, a volte perché la loro proposta magari non è accessibile a tutti. Non per questo sono meno importanti, anzi alcuni di loro non hanno nulla da invidiare ad artisti più affermati in quanto propongono dei progetti davvero curati e la loro discografia complessa non è da meno.

L.C.B. (Le Cose Bianche) è uno di questi interessanti progetti che rappresenta a mio avviso una delle migliori realtà sulla scena industrial/noise sia in termini di originalità che di varietà. In realtà la band è una one man band, guidata da Giò (già nei Malameccanica): è lui l’artefice che sta dietro a questo interessante progetto industrial che porta avanti dal 2009 senza scendere a compromessi di sorta e alternandosi ai vari strumenti: synth, basso e “manipolazioni del suono”, per dirla con le sue parole.

gli anni passati da soli non saranno mai restituitiGli anni passati da soli non saranno mai restituiti è il suo ultimo lavoro per la Scorze Produzioni, uscito in 40 copie limitate e numerate, si presenta da subito in una confezione ad hoc. Aprendolo, attaccate a  delle tasche di stoffa nera si possono notare delle foto di un’infanzia allegra, se non che le facce e gli occhi dei protagonisti sono state completamente censurate, dando quindi un tocco d’inquietudine. E l’inquietudine mai fine a sé stessa, anzi ricercata nel sound che scava dentro ai misteri della  psiche umana, è uno dei temi del disco che si apre con Interzona, brano che riprende il riff secco di Scava in fondo all’amore, vecchio brano del nostro, ma lo trasporta in una nuova dimensione, più pacata; secondo me uno dei brani più rilassanti del disco, con un break di batteria davvero trascinante. Dal secondo brano si penetra dentro un’atmosfera da colonna sonora: un basso inquietante e spezzato  lungo tutta Cortesie per gli ospiti, mentre fanno capolino degli effetti (probabilmente chitarra con l’archetto). Crocefisso al palo del telegrafo riporta alla mente le atmosfere claustrofobiche dei Throbbing Gristle ed è uno dei migliori brani del disco, proprio per il suo senso di precarietà: il brano è un viaggio verso l’oscurità interiore per 2 minuti, prendere o lasciare. Più complessa Osterman, che lascia intravedere uno spiraglio di luce, con dei suoni quasi di mellotron celestiali montati in un sottofondo vagamente ambient; anche questo è un altro brano che amo molto, che mi riporta alla mente come assonanza i Popol Vuh più pastorali e i timbri dei Tangerine Dream più siderali. Lettera aperta agli usurai invece riprende la trama noise-industrial e ritorna il senso di inquietudine ricercata, ma sempre più marcata. È questo il brano in cui la vena industrial di LCB si fa più sentire e sembra di ritornare quasi ai tempi marziali di alcune tracce di Modern Holocaust. Questo brano sarebbe perfetto per la colonna sonora di un film. Checca è un’altra costola del sound LCB, è un brano misterioso, caratterizzato da un sound tutto particolare, molto cadenzato, tutto giocato su bassi siderali. Make Them die slowly è un ritorno all’industrial in cui si riprendono atmosfere minacciose e ipnotiche. Più rilassante l’intro di Nell’occhio, ma con una vena d’inquietudine; è solo un illusione, perché il brano viene spezzato a metà da un’azzeccata elettronica straniante che cambia improvvisamente il brano riportandolo nei territori della sperimentazione più scura. Un brano originalissimo e complesso nella sua struttura, puramente LCB. Sperimentazione ardita anche per 13, dove  il sound si fa minaccioso e volutamente disturbante, malato. Nessun compromesso. Anche la chiusura, che è il brano che dà il titolo al disco, non rallenta il tiro. Si tratta di un’originale brano elettronico cadenzato, da ascoltare a notte fonda, in completa solitudine: il finale è un muro di suono granitico che si spegne pian piano.

diffidate della vitaNon c’è che dire: per gli amanti di certe sonorità, questo nuovo disco di LCB è da avere e ascoltare a ripetizione (come ho fatto io), soprattutto da chi è in cerca di sonorità originali ed emozioni forti. Qui in Italia, la lezione di Maurizio Bianchi e della compagine di Genesis P. Orridge non è andata perduta. I deboli di cuore e di stomaco lasciamoli pure a rincoglionirsi con la solita lagna del Giggì nazionale.

About author
Francesco Lenzi è un chitarrista. Oltre ad essere un musicista, è un avido collezionista di vinili d'epoca e quindi anche un conoscitore delle stagioni d'oro del rock. Ama il cinema retrò e le buone letture. Su 24 Meridiani cura una rubrica sui vinili e sui dischi storici del rock.
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    Se la musica è bella come la tua recensione non vedo l’ora di sentirla. Però, anche Giggì mi piace

  2. avatar

    concordo con Martin. corro ad ascoltare, spero sia belllo proprio come lo racconti :)

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